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    “Mignotta” e “ti faccio venire a prendere dagli zingari”: la testimonianza dell’arbitra insultata ad Anagni

    Michela (nome di fantasia), 21 anni, racconta per la prima volta cosa ha provato durante gli insulti ricevuti allo stadio dell'oratorio di San Paolo. "Rabbia più che paura, ma sentire quelle parole dette davanti ai bambini mi ha fatto schifo"
    11 Luglio 202611 Mins Read
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    Due giorni fa anagnia.com, facendo seguito ad un articolo pubblicato da Il Messaggero a firma del giornalista Paolo Carnevale, aveva raccontato quanto avvenuto lo scorso mercoledì all’oratorio di San Paolo, nel cuore di Anagni, dove una giovane arbitra, durante una partita di calcio di un torneo giovanile tra bambini di circa dieci anni, era stata pesantemente insultata da alcuni genitori – in particolare da una mamma – arrivando quasi alle lacrime a pochi minuti dal termine dell’incontro.

    Oggi, grazie a un’intervista telefonica rilasciata alla nostra redazione, è la stessa direttrice di gara a raccontare in prima persona quei momenti. Per motivi di tutela della sua privacy, la ragazza ha chiesto di restare anonima: la chiameremo Michela, nome di fantasia; Michela è giovanissima e risiede in un piccolo Comune della provincia di Frosinone.

    Michela, quanti anni hai e da quanto tempo indossi la divisa da arbitro?

    “Ho 21 anni e ho iniziato l’anno scorso, nel 2025”, risponde la ragazza. Un percorso ancora giovane, il suo, iniziato da poco più di un anno ma già segnato da un episodio pesante come quello vissuto ad Anagni. Michela racconta di “essersi avvicinata all’arbitraggio senza fretta, imparando sul campo partita dopo partita, categoria giovanile dopo categoria giovanile, fino a maturare la sicurezza necessaria per dirigere incontri sempre più delicati“.

    Perché hai deciso di diventare arbitra? Hai sempre desiderato arbitrare o è nata per caso questa passione?

    “Tutto nasce da una passione autentica per il calcio, che seguivo già da tempo come semplice appassionata prima ancora di scendere in campo con il fischietto. Mi appassiona soprattutto il calcio a 5, perché è uno sport più dinamico. La scelta di arbitrare le categorie giovanili non è legata solo all’amore per la disciplina, ma anche al piacere di stare a contatto con i ragazzini, di seguirli nella loro crescita sportiva e di sentirsi parte attiva di quel mondo, pur restando dietro il fischietto“.

    Ci racconti, dal tuo punto di vista, cosa è accaduto? In quale momento hai capito che la situazione stava degenerando?

    La ragazza ricostruisce con ordine e lucidità la dinamica dei fatti, nonostante siano passati alcuni giorni da quel pomeriggio di tensione: “il primo tempo della partita, disputata tra ragazzini nati nel 2016, si è svolto senza increspature: bambini tranquilli, un clima disteso, persino il mister della squadra in maglia bianca che si limitava a dare indicazioni tattiche dalla panchina. Tutto è cambiato con l’inizio della ripresa, quando lo stesso allenatore ha iniziato a protestare animatamente contro alcune delle mie decisioni arbitrali, alzando progressivamente i toni. E’ allora che ho fermato il gioco e di mi sono avvicinata personalmente al mister per chiedergli spiegazioni sul suo comportamento, ricevendo però una reazione così accesa da spingermi, dopo un primo tentativo di dialogo, a estrarre il cartellino rosso ed espellerlo dal campo. È stato proprio in quel momento – spiega la ragazza – che un gruppo di bambini presenti a bordo campo ha iniziato a inveire nei miei confronti, e tra loro, si trovava anche il figlio della donna che di lì a poco mi avrebbe insultata pesantemente dagli spalti, con una frase che già lasciava intendere il clima ostile che si stava creando attorno a me. Il mister, dal canto suo, si è inizialmente rifiutato di lasciare il rettangolo di gioco, costringendomi a sospendere temporaneamente l’incontro; solo dopo essersi accomodato in tribuna, accolto dagli applausi di una parte del pubblico, la partita ha potuto riprendere il proprio corso“.

    Quali sono state le frasi che ti hanno ferito maggiormente?

    Michela non ha bisogno di pensarci a lungo per rispondere. “La prima parola che mi torna in mente con precisione è “mignotta“, urlata a distanza da una donna tra il pubblico”. Subito dopo che la ragazza si era rivolta a lei facendole notare quanto il suo comportamento rappresentasse un pessimo esempio educativo per i figli presenti sugli spalti è arrivata la replica, che è stata ancora più dura: una minaccia esplicita legata alla sua incolumità personale, riassunta nella frase “ti faccio venire a prendere dagli zingari“. Un’espressione pesantissima, che Michela definisce tra le più difficili da metabolizzare, anche perché arrivata a stretto giro da un’altra provocazione, quella secondo cui la ragazza starebbe arbitrando in modo non imparziale, favorendo uno dei due gruppi di ragazzini in campo perché come le era stato detto dagli spalti, racconta Michela, “avrei avuto una strana specie di relazione con qualcuno di loro“. Un’accusa infondata, sottolinea la ragazza, che si è aggiunta a un quadro già di per sé carico di tensione.

    Come ti sei sentita in quei momenti? Hai avuto paura che la situazione potesse degenerare ulteriormente?

    “Sì, perché quella donna mi ha detto ‘ti aspetto fuori’ e da lì non si è più mossa”, racconta Michela, riferendosi al fatto che la donna sarebbe rimasta nei pressi del campo fino al triplice fischio final (arrivato in anticipo dopo che la ragazza era stata malamente insultata) alimentando in lei una sottile inquietudine per l’esito della vicenda una volta terminato l’incontro. Un dettaglio che, seppur non sfociato in un contatto fisico diretto, ha reso quei minuti finali di partita ancora più pesanti da gestire per la giovane arbitra, costretta a dirigere il gioco sapendo di avere alle spalle una persona apertamente ostile nei suoi confronti.

    In quei momenti hai provato più rabbia o più paura?

    Michela è netta nella sua risposta: “a prevalere, sinceramente, è stata la rabbia, non tanto la paura. Episodi di questo genere non rappresentano purtroppo un caso isolato nel mondo del calcio giovanile, ma tendono a ripetersi con una frequenza preoccupante nei tornei e nei campionati di categoria. Ed è proprio questa consapevolezza, unita al fatto che tutto si sia consumato davanti a un gruppo di bambini, ad aver acceso in me più il fastidio e l’indignazione che il timore per la mia incolumità“.

    Hai pianto? Hai avuto bisogno del sostegno di qualcuno in quei minuti?

    “Sì“, Michela lo ammette senza remore, e spiega: “a starmi vicino sono stati soprattutto gli organizzatori del torneo; si sono mostrati da subito comprensivi, mi hanno rassicurata sul fatto che avevo agito correttamente e mi hanno invitata a non farmi coinvolgere ulteriormente dalla discussione, vista soprattutto la presenza di tanti bambini che rischiavano di spaventarsi ulteriormente davanti a una situazione fuori controllo“.

    Pensi che il fatto di essere una ragazza giovane ha influito sul comportamento di chi ti ha insultata?

    “Sì, ma non solo questo; penso anche – e soprattutto – che c’entri soprattutto il fatto che sono donna”, risponde Michela, offrendo una lettura della vicenda che va oltre la semplice questione anagrafica e che aggiunge un ulteriore livello di riflessione, legato a una componente di genere che secondo la ragazza pesa ancora molto nel mondo dell’arbitraggio, specie quando a dirigere un incontro è una figura femminile giovane, percepita da alcuni adulti come un bersaglio più facile da attaccare verbalmente rispetto a un collega uomo più esperto.

    Ti era già capitato in passato di essere insultata durante una partita?

    La ragazza conferma di aver già vissuto in passato episodi di insofferenza da parte del pubblico, “ma mai con questo livello di violenza verbale“. In precedenza, spiega, “le contestazioni erano rimaste circoscritte al piano squisitamente tecnico e sportivo, legate quindi a decisioni arbitrali discusse ma mai sfociate in attacchi personali, tantomeno in minacce dirette come quelle ricevute questa volta“.

    In campo c’erano i bambini che guardavano gli adulti, propri genitori, sugli spalti. Che effetto ti ha fatto?

    Michela non usa mezzi termini nel descrivere quella sensazione: “ho provato un profondo senso di disagio al pensiero che quei bambini abbiano ricevuto, proprio in un contesto pensato per il divertimento e la crescita personale, un messaggio profondamente sbagliato da parte degli adulti di riferimento. La ragazza tiene a sottolineare come, a suo giudizio, anche lei in quanto arbitro possa commettere errori tecnici nel corso di una partita, così come i ragazzini possono sbagliare un’azione o non riuscire a segnare un gol: “la mia idea di sport giovanile resta legata al gioco, all’apprendimento e al divertimento, e non al risultato o alla vittoria a tutti i costi, un principio che secondo me dovrebbe valere prima di tutto per gli adulti sugli spalti“.

    Hai ricevuto messaggi di solidarietà che ti hanno in qualche modo consolata?

    “Sì, in particolare da parte degli organizzatori del torneo, che mi sono rimasti concretamente vicini nell’immediato dopo i fatti, offrendomi ascolto e sostegno in un momento in cui mi sono sentita evidentemente scossa dall’accaduto“.

    Dopo questa esperienza, ti è venuto in mente di smettere di arbitrare?

    Risponde con decisione Michela: “lungi dallo scoraggiarmi, quanto accaduto mi ha dato una motivazione ulteriore per proseguire in questo percorso, in quanto penso che certi comportamenti vadano semplicemente ignorati, perché provenienti da persone che, a mio giudizio, non sono nella condizione di riconoscere i propri errori né di mettersi in discussione“. Una lettura matura, quella della giovane arbitra, che sceglie di trasformare un episodio negativo in una spinta a migliorarsi ulteriormente nel proprio ruolo.

    Cosa diresti oggi a quella donna, se te la trovassi davanti?

    “Le direi le stesse cose che le ho detto in campo: questo è l’esempio che date ai vostri figli?”, risponde senza esitazione la ragazza, ribadendo a distanza di giorni lo stesso concetto che aveva provato a far emergere già durante la partita, in un contesto molto più teso e concitato.

    Che messaggio vuoi rivolgere ai genitori che ogni fine settimana accompagnano i figli sui campi di calcio?

    “Invito gli adulti a lasciare che i ragazzi si divertano liberamente, senza alimentare in loro sentimenti di rabbia o di rivalsa nei confronti degli avversari o degli arbitri. Lo sport dovrebbe rappresentare un antidoto naturale contro fenomeni come il bullismo, già fin troppo diffusi in altri contesti della vita quotidiana dei ragazzi, e non un terreno su cui replicarne le dinamiche più tossiche“.

    Se uno di quei bambini tra dieci anni decidesse di diventare arbitro, cosa gli diresti oggi?

    “L’arbitraggio, secondo me, è un vero e proprio percorso di crescita personale, capace di aiutare chi lo intraprende a essere più razionale, più riflessivo e più capace di gestire le situazioni di pressione anche nella vita di tutti i giorni, al di fuori del campo da gioco. Una sorta di allenamento caratteriale, prima ancora che sportivo, che secondo me meriterebbe di essere raccontato ai più giovani con maggiore attenzione, proprio per incoraggiarli a intraprendere questa strada nonostante le difficoltà che, come dimostra la sua stessa esperienza, può comportare“.

    Nel frattempo, i colleghi della redazione di Local Soccer News hanno provato ieri a contattare telefonicamente la donna che ha proferito gli irripetibili insulti, per raccogliere la sua versione dei fatti e comprendere cosa avesse scatenato una reazione tanto violenta. Alla domanda specifica su cosa avesse innescato quella reazione, la donna ha risposto seccamente “di non voler rispondere alle provocazioni“, aggiungendo che “il silenzio è la risposta migliore“. Quando le è stato chiesto se fosse consapevole della gravità delle parole rivolte a una ragazza così giovane, la donna ha preferito congedarsi con un secco “arrivederci“, interrompendo la comunicazione.

    A rendere la vicenda ancora più delicata contribuisce un elemento che potrebbe avere sviluppi concreti nelle prossime settimane. Diverse persone presenti al torneo, avrebbero infatti ripreso la scena con i propri telefoni cellulari, documentando quei minuti concitati con video nei quali si sentirebbero distintamente sia gli insulti sia le minacce rivolte a Michela. Un materiale che, se confermato nella sua integrità e nella chiarezza dell’audio, potrebbe rappresentare un elemento probatorio non trascurabile qualora la giovane arbitra decidesse di procedere per le vie legali. Non si tratterebbe, in questo caso, della sola parola dell’una contro quella dell’altra, ma di una documentazione audiovisiva raccolta da più angolazioni e da più persone presenti sul posto, circostanza che agli occhi di un eventuale legale potrebbe pesare in modo significativo. Al momento Michela non ha sciolto la riserva su un’eventuale azione legale, ma fonti vicine all’ambiente riferiscono che la possibilità sarebbe stata quantomeno presa in considerazione, anche alla luce della gravità delle espressioni utilizzate e del fatto che si sia trattato, secondo la ricostruzione della ragazza, di minacce esplicite e non di una semplice contestazione accesa legata al gioco.

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