di Giorgio Alessandro Pacetti
C’è un tempo, non troppo lontano, in cui comprare un vestito non significava entrare in un negozio, scorrere gli scaffali e uscire con un acquisto confezionato in pochi minuti. A Piglio, come in molti altri centri del territorio, vestirsi era un rito, un percorso fatto di scelte, attese e fiducia riposta in un artigiano: il sarto.
A ricostruire questo pezzo di memoria collettiva è Giorgio Alessandro Pacetti, che nel suo lavoro di raccolta dei mestieri scomparsi restituisce al paese un frammento di identità che rischiava di dissolversi insieme alle botteghe che lo custodivano. Perché se oggi la scelta di un abito si esaurisce tra il camerino di un negozio e le svendite stagionali, un tempo il percorso era decisamente più lungo e, per certi versi, più intimo: si partiva dalla scelta della stoffa, si passava al colore e al modello, per poi affidarsi al metro del sarto, che prendeva ogni misura con precisione quasi chirurgica, dalla lunghezza della manica al giro vita, fino al cavallo dei pantaloni.
Seguivano le prove, spesso più di una, in un’attesa che oggi apparirebbe interminabile ma che allora faceva parte della normalità di un mestiere fatto di pazienza reciproca, tra chi cuciva e chi indossava.
A Piglio, a differenza di altre professioni artigiane che si svolgevano in botteghe aperte sulla strada, quella del sarto aveva spesso le mura di casa come laboratorio. Erano cinque le sartorie che animavano il paese: due si trovavano in Piazza Guglielmo Marconi, gestite da Enea Fontana e Beniamino Giorgi; altrettante sorgevano in Via Arringo, quelle di Gigetto Pietrangeli e Cesare Passa; l’ultima, quella di Tommaso Proietti, aveva sede in Via Piagge.
Ogni sarto lavorava circondato dai propri strumenti del mestiere: le forbici in acciaio, affilate per tagliare la stoffa con un solo gesto netto; l’ago, compagno fedele di ogni cucitura; la riga e la squadra, indispensabili per non sbagliare una misura; il gesso colorato, usato per tracciare sulla stoffa i segni da seguire nel taglio. E poi il ferro da stiro, che nella sua versione più antica funzionava a carbone, prima di essere sostituito da quello elettrico con spruzzo di vapore. Tutti attrezzi che uscivano dai cassetti solo al momento del bisogno, per tornare a riposare sul grande tavolo da lavoro in legno che dominava ogni sartoria.
Chi si rivolgeva al sarto poteva scegliere liberamente l’artigiano di fiducia, in un rapporto che andava ben oltre la semplice transazione commerciale. E la vera ricompensa, per chi aveva cucito ore e ore su quel tessuto, non era tanto il compenso quanto sentirsi dire, ad abito ultimato, la frase che ogni sarto sognava di ascoltare: “questo vestito ti sta a pennello”.
Un mestiere che oggi non esiste più nelle forme di un tempo, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha visto praticare e nei racconti che, come questo, provano a tramandarlo alle nuove generazioni.




