Mesi – tanti mesi – di lavoro investigativo meticoloso, centinaia di fascicoli analizzati, sopralluoghi su decine di cantieri sparsi tra il Lazio e il centro-sud Italia. È questo il quadro che emerge dall’operazione conclusa dalla Tenenza della Guardia di Finanza di Anagni, che ha portato al sequestro preventivo di crediti d’imposta per oltre 9,3 milioni di euro nell’ambito di una maxi-frode al Superbonus 110%. Il provvedimento, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma e successivamente confermato dal Tribunale del Riesame, rappresenta uno dei risultati più significativi dell’attività di contrasto alle frodi fiscali nel settore edilizio condotta sul territorio frusinate.

L’indagine è stata delegata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma alla Tenenza della Guardia di Finanza di Anagni coordinata dal Ten. Angelo Carinci, che ha lavorato in stretto coordinamento con il Nucleo Speciale Tutela Entrate e Repressione Frodi Fiscali della Guardia di Finanza di Roma e con il Gruppo della Guardia di Finanza di Frosinone. Un’operazione a tutto campo, che ha richiesto mesi di accertamenti tecnici, analisi documentale e acquisizione di prove sul campo, prima di restituire un quadro probatorio solido e inattaccabile.
Al centro dell’indagine, una società operante come General Contractor con sede a Roma, attiva nella gestione di circa 35 cantieri nell’Italia centro-meridionale a partire dall’introduzione del Superbonus 110%. Secondo quanto accertato dagli investigatori, la società avrebbe maturato tra il 2021 e il 2024 crediti d’imposta per oltre 30 milioni di euro, di cui circa 15 milioni ritenuti illegittimi. Un meccanismo rodato e sistematico, costruito nel tempo con una consapevolezza che esclude qualsiasi ipotesi di errore o superficialità.
Il sistema fraudolento si reggeva su un impianto elaborato: emissione di fatture per operazioni inesistenti o solo parzialmente eseguite, indebite compensazioni, false attestazioni tecniche e una sistematica divergenza tra quanto dichiarato negli stati di avanzamento lavori e quanto effettivamente realizzato sui cantieri. Le perizie tecniche disposte nel corso delle indagini hanno confermato in modo inequivocabile la mancata esecuzione delle opere fatturate. A rafforzare ulteriormente il quadro probatorio, sono emersi rapporti finanziari tra il General Contractor e un subappaltatore che ha apertamente riconosciuto la fittizietà di fatture per circa 5 milioni di euro: un’ammissione che ha rappresentato uno degli elementi chiave nella ricostruzione dell’intera vicenda.
L’indagine trae origine dalle denunce presentate da numerosi cittadini che, insospettiti da anomalie riscontrate nei propri estratti fiscali, avevano segnalato la presenza di ingenti crediti d’imposta maturati nell’ambito del Superbonus 110% e successivamente confluiti nella disponibilità di società operanti come General Contractor. In molti casi, i proprietari degli immobili avevano constatato di persona come i lavori eseguiti fossero di entità estremamente ridotta rispetto agli importi dichiarati e ai crediti fiscali generati. Perizie tecniche di parte avevano già messo in luce sproporzioni evidenti, contribuendo ad avviare gli approfondimenti investigativi.
L’attività di polizia giudiziaria si è sviluppata attraverso un’articolata verifica dei cantieri, un’analisi capillare della documentazione tecnica e amministrativo-contabile relativa agli interventi agevolati. I sopralluoghi, le acquisizioni presso professionisti e imprese coinvolte, le dichiarazioni raccolte nel corso delle indagini hanno consentito di accertare significative difformità tra quanto attestato negli stati di avanzamento lavori e quanto effettivamente realizzato. Le asseverazioni tecniche prodotte per giustificare i crediti fiscali si sono rivelate, in numerosi casi, non corrispondenti alla reale situazione dei cantieri.
Sulla base degli elementi raccolti, il G.I.P. del Tribunale di Roma ha disposto il sequestro preventivo di crediti d’imposta per oltre 9 milioni di euro, ritenuti profitto delle condotte illecite accertate. Il provvedimento è stato successivamente confermato dal Tribunale del Riesame, che ha condiviso la solidità del quadro indiziario. La misura cautelare reale assume un’importanza particolare: impedisce la circolazione e l’eventuale cessione a terzi di crediti fiscali di origine illecita, tutelando così le finanze pubbliche. Sono state deferite all’Autorità Giudiziaria tre persone.
Il caso di Anagni si inserisce in un’attività investigativa di portata ben più ampia. Il reparto operante della Tenenza di Anagni, su delega dell’Autorità Giudiziaria, ha esaminato la regolarità di oltre 900 appalti riconducibili al Superbonus, coinvolgendo più di 5.000 persone fisiche quali beneficiarie dei crediti d’imposta. L’ammontare complessivo delle agevolazioni indebite stimate si attesta intorno ai 213 milioni di euro, di cui circa 37 milioni già sottoposti a sequestro e oltre 13 milioni bloccati o cancellati dalle Direzioni Provinciali dell’Agenzia delle Entrate. A livello nazionale, le indagini hanno interessato diversi General Contractor e più procedimenti coordinati dalle Procure della Repubblica.
Emerge anche un aspetto che riguarda direttamente i beneficiari degli interventi. Da un lato, numerosi cittadini — resisi conto delle anomalie — hanno scelto di collaborare con gli investigatori, presentando denunce, mettendo a disposizione documentazione e contribuendo in modo determinante all’accertamento dei fatti. Dall’altro, sono emerse situazioni in cui alcuni beneficiari, attratti dalla prospettiva della totale gratuità degli interventi, avevano accettato la realizzazione di lavori di scarso rilievo — talvolta su seconde case di modesto valore — cedendo ai General Contractor crediti d’imposta nella misura massima prevista dalla normativa, alimentati da sovrafatturazioni e attestazioni tecniche false.
Gli accertamenti della Tenenza della Guardia di Finanza di Anagni rappresentano una testimonianza concreta del presidio economico-finanziario garantito dalle Fiamme Gialle sul territorio, a tutela del corretto impiego delle risorse pubbliche. Un lavoro silenzioso, paziente e tecnicamente complesso, che ha richiesto mesi di indagini prima di restituire alla collettività risorse sottratte con metodo e spregiudicatezza. Ai sensi dell’art. 27 della Costituzione, la responsabilità degli indagati verrà stabilita solo all’esito del giudizio definitivo.




