È un documento tanto tecnico quanto denso di implicazioni concrete per chi vive e lavora nella valle del fiume Sacco quello che ARPA Lazio ha appena reso pubblico: si intitola “La Valle del fiume Sacco. Uno studio ambientale” che può essere consultato o scaricato cliccando qui, porta la firma del Dipartimento stato dell’ambiente dell’Agenzia ed è stato curato da un team di nove tecnici — Floriana Grassi, Alessandra Scala, Alessandra Calcagni, Giorgia Nadia Torelli, Gianmarco Caramitti, Alessandro D. Di Giosa, Eleonora Marzi, Mauro D’Angelantonio, Massimo Magliocchetti e Marco Le Foche. Aggiornato ai dati del 2024, il report passa al setaccio le tre matrici ambientali — aria, acqua e suolo — su un’area che si estende per circa settemila ettari e che, stando alle stime più recenti, ospita una popolazione complessiva di circa 200mila abitanti distribuiti tra diciannove comuni tra le province di Roma e Frosinone.

Tra questi comuni compare Anagni, che nel documento non è affatto un attore marginale: la città, insieme al proprio territorio, ricorre più volte nelle pagine dedicate alle acque sotterranee, alla qualità dell’aria e ai procedimenti di bonifica avviati all’interno del Sito di Interesse Nazionale Bacino del Fiume Sacco. Andiamo con ordine, seguendo il filo delle tre matrici analizzate dagli tecnici dell’Agenzia.
La geografia di un territorio compresso tra due catene montuose
Prima di entrare nel merito dei dati, il report inquadra il contesto fisico. La Valle del Sacco, spiegano i tecnici di ARPA Lazio, è una depressione tettonica compresa nell’ampia conca della Valle Latina, delimitata a sud-est dal fronte dei Monti Lepini e a nord-ovest dalla struttura di Macchia di Anagni, sul Monte Trave, e dai Monti Simbruini-Ernici. All’interno di questo perimetro rientrano, in tutto o in parte, i territori di Anagni, Arce, Artena, Ceccano, Ceprano, Colleferro, Ferentino, Frosinone, Gavignano, Morolo, Paliano, Patrica, Segni, Sgurgola, Supino e altri comuni minori. Un dettaglio che raramente emerge nelle cronache: uno dei corsi d’acqua che attraversa proprio il territorio di Anagni e Ferentino, il torrente Alabro, lungo appena sedici chilometri, nasce dal Monte Capua e in diversi tratti scorre regimentato da argini artificiali — un piccolo affluente del bacino del Sacco che raramente finisce sotto i riflettori, ma che il report inserisce a pieno titolo nella mappa idrografica dell’area.
Le acque sotterranee: la falda anagnina tra “scarso” e “buono”
Il capitolo più corposo, e probabilmente quello di maggiore interesse per i residenti, riguarda lo stato delle acque sotterranee. ARPA Lazio monitora la falda attraverso una rete di ventiquattro punti distribuiti nell’unità idrogeologica denominata DQ009, che comprende la valle dei fiumi Sacco, Liri e Garigliano. Ebbene, il territorio di Anagni ospita quattro di questi punti di controllo, e i risultati raccolti nel quadriennio 2021-2024 restituiscono un quadro non uniforme, fatto di luci e ombre.
Il pozzo classificato come DQ009_P020, situato in agro anagnino, ha registrato uno stato chimico “scarso” per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, con superamenti riconducibili ad arsenico, ione ammonio, boro e, soprattutto, cloruro di vinile — un composto la cui presenza in falda è generalmente associata alla degradazione di solventi clorurati. Poco distante, il punto DQ009_P021 ha mostrato un andamento più altalenante: “scarso” nel 2022 e nel 2023 per la presenza di glifosato e triclorometano, ma tornato “buono” nel 2024, segno che in quell’area qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. Il pozzo DQ009_P001, infine, dopo uno stato “scarso” rilevato nel 2021 legato a triclorometano e ione ammonio, ha recuperato una classificazione “buona” in tutti gli anni successivi, mentre la sorgente monitorata come DQ009_S004 e il pozzo DQ009_P019 si sono mantenuti costantemente in stato “buono” per l’intero periodo osservato.
Il report dedica un passaggio specifico proprio al glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo in ambito agricolo, segnalando che è stato rilevato in concentrazioni superiori allo standard di qualità ambientale in un pozzo del comune di Anagni, un dato che si inserisce in un quadro più ampio: il diserbante e il suo metabolita, l’AMPA, risultano ormai presenti in pressoché tutti i corpi idrici superficiali della valle, complicando il raggiungimento degli obiettivi di “buono stato ecologico” fissati dalla normativa europea.

C’è poi il capitolo dei solventi clorurati, sostanze impiegate storicamente come sgrassanti industriali, prodotti per lavanderie e materie prime nell’industria chimico-farmaceutica, note per la loro tossicità e, in alcuni casi, per il potenziale cancerogeno. Il report individua una concentrazione più elevata di superamenti dei limiti di legge per questi composti proprio nei territori di Anagni, Ferentino, Frosinone e Patrica, un dato che gli autori collegano alle caratteristiche di migrazione di queste sostanze nel sottosuolo: la loro scarsa solubilità e la densità superiore a quella dell’acqua ne favoriscono infatti un rapido movimento verso il basso, fino ad accumularsi nelle zone meno permeabili dell’acquifero.
L’aria si respira meglio ad Anagni rispetto al resto della valle
Se il capitolo sulle acque sotterranee restituisce più di un motivo di attenzione, quello sulla qualità dell’aria offre per Anagni un dato in controtendenza rispetto al quadro complessivo, che nella Valle del Sacco resta tra i più critici dell’intera regione Lazio. La centralina fissa di monitoraggio installata ad Anagni, denominata Anagni San Francesco e classificata come stazione di fondo urbano, ha registrato nel 2024 una media annua di PM10 pari a 22 microgrammi per metro cubo, con tredici giornate di superamento del valore limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo.

Sono numeri che, confrontati con quelli delle altre nove centraline della zona, posizionano Anagni tra le aree meno esposte all’inquinamento da polveri sottili nell’intero comprensorio. Basti pensare che la stazione di Ceccano ha fatto segnare il valore medio annuo più alto dell’intera rete, 35 microgrammi per metro cubo, con ben settantanove sforamenti del limite giornaliero, seguita da Frosinone Scalo, che di sforamenti ne ha collezionati settanta, e da Cassino, ferma a cinquantasei. Numeri che raccontano una valle spaccata in due, dove le criticità maggiori si concentrano nei fondovalle più industrializzati e nei centri a maggiore densità di traffico, mentre Anagni si colloca su livelli sensibilmente più contenuti.
Questo non significa che il problema non riguardi anche il territorio anagnino: il report chiarisce infatti che l’intera zona “Valle del Sacco”, identificata con il codice IT1217, resta soggetta a un regime di attenzione rafforzata in vista dei nuovi e più stringenti limiti fissati dalla direttiva europea 2024/2881, quella sulla qualità dell’aria ambiente approvata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea il 23 ottobre 2024, meglio nota come pacchetto “zero pollution”. Secondo gli stessi tecnici di ARPA Lazio, il trend osservato nel 2024, per quanto in miglioramento rispetto al passato, non appare ancora sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla nuova normativa entro le scadenze stabilite. Tra le fonti emissive individuate dal report spicca il riscaldamento domestico a biomassa, responsabile secondo le stime di circa il 40% del particolato rilevato nell’area durante la stagione invernale, a cui si aggiungono le attività agricole e zootecniche, principali responsabili delle emissioni di ammoniaca che concorrono alla formazione del particolato secondario.
Il suolo e le bonifiche: Anagni tra i comuni con più procedimenti aperti
Il terzo fronte affrontato dal report riguarda la matrice suolo, e anche in questo caso Anagni compare tra i territori più coinvolti. Il riferimento è al Sito di Interesse Nazionale Bacino del Fiume Sacco, il cui perimetro definitivo è stato fissato con decreto ministeriale n. 321 del 22 novembre 2016 e che comprende, complessivamente, diciannove comuni tra le province di Roma e Frosinone. All’interno di questo perimetro, al 31 dicembre 2024 risultavano 121 procedimenti di bonifica attivi e 41 già conclusi, pari a circa un terzo di tutte le pratiche di bonifica aperte nell’intera provincia di Frosinone. Il report individua espressamente in Anagni, Frosinone, Patrica, Ferentino e Ceprano i comuni dove questi procedimenti si concentrano maggiormente.
Non tutti i casi hanno la stessa origine, e questa distinzione è centrale per capire la natura del problema. Una parte dei procedimenti riguarda grandi siti industriali, attivi o dismessi, per i quali è possibile individuare un soggetto responsabile della contaminazione e per i quali sono già state avviate le necessarie azioni tecniche e amministrative di risanamento, secondo l’iter previsto dal titolo V della parte IV del decreto legislativo 152 del 2006. Un’altra parte, invece, nasce da situazioni più complesse: soggetti “non responsabili”, spesso nell’ambito di attività di indagine su aree agricole abbandonate destinate a essere riconvertite, si sono imbattuti in anomalie di elementi chimici inorganici — metalli e metalloidi — la cui presenza, chiarisce il report, non è quasi mai riconducibile a un’attività antropica specifica, ma sembra derivare piuttosto dalle caratteristiche geologiche e idrogeologiche naturali dei terreni della valle. Per questi casi, gli autori del report sottolineano la necessità di proseguire il lavoro di caratterizzazione dei cosiddetti “valori di fondo naturali”, un passaggio tecnico che permette di distinguere l’inquinamento generato dall’uomo da quello di origine geologica, evitando bonifiche inutili o, al contrario, sottovalutazioni pericolose.
Un quadro complesso, che richiede interventi coordinati
Nelle conclusioni, i tecnici di ARPA Lazio non usano mezzi termini: il quadro complessivo della Valle del Sacco presenta, si legge nel report, «non poche criticità» su tutte e tre le matrici analizzate, e il recupero della qualità ambientale del territorio richiede interventi trasversali che coinvolgano la gestione delle reti fognarie e di collettamento, la promozione di politiche agricole più sostenibili — in particolare nelle Zone Vulnerabili ai Nitrati che interessano anche l’agro anagnino — e piani di monitoraggio e risanamento mirati alla rimozione, dove economicamente sostenibile, degli elementi di inquinamento cronico.
Per Anagni, la lettura che emerge da questo report è dunque duplice. Da un lato, il territorio comunale si conferma tra quelli con la maggiore concentrazione di procedimenti di bonifica nel SIN Bacino del Fiume Sacco e con criticità puntuali, ma persistenti, in alcuni pozzi della rete idrica sotterranea. Dall’altro, sul fronte dell’aria che si respira ogni giorno, i dati della centralina San Francesco raccontano una situazione relativamente più favorevole rispetto a molti altri centri della valle. Due facce della stessa medaglia, che il nuovo studio di ARPA Lazio mette nero su bianco, offrendo agli amministratori locali e ai cittadini uno strumento in più per orientare le prossime scelte di tutela del territorio.




