C’è un luogo dove ogni anno, puntuale come le stagioni, migliaia di persone scelgono di tornare a piedi, in silenzio, in compagnia. Vallepietra e il suo Santuario della Santissima Trinità esercitano da secoli una forza d’attrazione che sfida le spiegazioni razionali. Sabato 30 maggio, vigilia della festa, quell’attrazione ha avuto ancora una volta il suo momento più solenne: l’arcivescovo Santo Marcianò è salito al santuario per celebrare la Messa nella chiesa all’aperto, davanti a una folla di fedeli giunti da ogni parte.
Il saluto del presule ai presenti è arrivato «nel nome della Trinità, ovvero del nostro Dio uno e trino», prima di rivolgere un ringraziamento ai padri salesiani per il servizio prestato al santuario, e poi ai diaconi, alle suore, ai volontari e alle numerose compagnie pellegrине convenute: tra le tante, quelle di Subiaco, Colli di Monte San Giovanni Campano, Magliano dei Marsi, Ortucchio, Cerreto Laziale, la parrocchia San Paolo di Frosinone, la Madonna della Figura di Sora, Piglio, Marano Equo e Rocca Santo Stefano.

L’omelia ha preso le mosse da una domanda apparentemente semplice, ma tutt’altro che scontata: perché tanta gente continua a venire qui? Perché, soprattutto, ci vengono i giovani? Marcianò non ha eluso il tema, anzi lo ha messo al centro della sua riflessione. «Se confrontiamo la grande frequenza in questo santuario con il fatto che la partecipazione dei giovani alla vita sacramentale è un po’ diminuita rispetto a prima», ha osservato il vescovo, «allora è una domanda che dobbiamo porci tutti, io per primo». La risposta che si limita a invocare la tradizione non basta, ha precisato, perché non tutte le tradizioni reggono il tempo. Deve esserci qualcosa di più profondo: «Quel primato che è la fede della gente».
Come ha riportato il giornalista Igor Traboni, che ha seguito la celebrazione, Marcianò ha sviluppato la sua riflessione attorno al bisogno umano di trascendenza, descrivendo Vallepietra come un luogo che «interroga il senso di Dio che portiamo dentro». Il vescovo ha tracciato un affresco dell’uomo contemporaneo, spesso distratto dalla rincorsa a «beni, ricchezze, potere», realtà che «sembrano soddisfare i bisogni della persona ma di fatto li tradiscono». Il santuario, in questo contesto, diventa uno spazio in cui si riaffaccia la domanda essenziale: perché vengo, cosa mi muove?

La risposta, per il presule, risiede nell’unicità del luogo: «Vado a Vallepietra perché qui c’è un unicum, la Trinità». Un mistero difficile da spiegare, ha ammesso, ma centrale nella fede cristiana. Richiamando Sant’Agostino, Marcianò ha descritto la Trinità come una «circolazione di amore assoluto» — il Padre come amante, il Figlio come amato, lo Spirito Santo come amore tra i due — e ha indicato in amore, comunione e fraternità le parole chiave per comprenderne il messaggio nella vita quotidiana.
Prima di scendere in paese per salutare le compagnie, il vescovo ha affidato ai fedeli un invito che suonava quasi come una consegna spirituale. «La fede non si può rinchiudere, circoscrivere ed esaurire in un pellegrinaggio», ha detto, «perché il pellegrinaggio inizia adesso, quando tornate a casa, perché è il pellegrinaggio della vita». Un appello diretto alle famiglie: riprendere la preghiera domestica, insegnare a pregare ai propri figli, portare Dio nella vita di ogni giorno. Il rito si è chiuso con una preghiera a Maria, «che ci indica la Trinità».
Un messaggio che, nelle intenzioni di Marcianò, non si esaurisce sulla vetta di Vallepietra, ma comincia proprio nel momento in cui i piedi stanchi dei pellegrini riprendono la via di casa.




