Il termometro del Pacifico non mente. Sotto la superficie delle acque equatoriali si sta accumulando da mesi un serbatoio di calore anomalo, con temperature che superano già di oltre sei gradi la media storica. E ora quella massa di energia è pronta a risalire in superficie, cambiando le sorti meteorologiche di mezzo pianeta. Il fenomeno ha un nome che il mondo ha già imparato a temere: El Niño. Ma questa volta, avvertono le maggiori organizzazioni scientifiche internazionali, potrebbe essere qualcosa di mai visto prima.
L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), agenzia specializzata delle Nazioni Unite, ha diffuso il 2 giugno scorso — dalla sua sede di Ginevra — un aggiornamento che ha scosso la comunità climatologica internazionale. Secondo i modelli di previsione attualmente disponibili, la probabilità che un nuovo episodio di El Niño si sviluppi nel Pacifico equatoriale centro-orientale durante il trimestre giugno-agosto 2026 è dell’80%, con il 90% di probabilità che il fenomeno si prolunghi almeno fino a novembre. Il picco di intensità, invece, potrebbe spostarsi nel 2027, e proprio quell’anno rischia di diventare il più caldo mai registrato nella storia delle rilevazioni meteorologiche.
António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, non ha usato mezze misure: «Le condizioni di El Niño aggiungeranno benzina al fuoco di un pianeta già in pieno surriscaldamento. Gli impatti saranno più violenti, raggiungeranno aree sempre più lontane e attraverseranno le frontiere con una velocità devastante». Un monito che risuona come un ultimatum lanciato alla comunità internazionale, non soltanto un aggiornamento meteo.
Cos’è El Niño e perché questa volta spaventa di più
El Niño è un fenomeno climatico naturale e ciclico che si ripresenta ogni due-sette anni. Si innesca quando le acque superficiali del Pacifico equatoriale si riscaldano in modo anomalo, alterando la circolazione atmosferica su scala planetaria e ridisegnando le mappe di piogge, siccità e temperature in aree anche molto distanti dall’epicentro. Normalmente, per parlare del fenomeno è sufficiente un’anomalia termica di 0,5 gradi centigradi. Le proiezioni attuali, però, stimano un’anomalia che potrebbe raggiungere i 2 gradi, soglia oltre la quale gli esperti usano la definizione di «super El Niño» — un termine ancora non ufficializzato dagli enti meteorologici, ma ormai entrato nel lessico comune per indicare un evento di intensità eccezionale.
A rendere la situazione più preoccupante del solito è il contesto in cui questo El Niño si inserisce. L’episodio precedente, quello del 2023-2024, è già risultato tra i cinque più intensi mai registrati e ha contribuito a fare del 2024 uno degli anni più caldi di sempre. Ora il nuovo fenomeno non arriva in un mondo “neutro”: si sovrappone a un riscaldamento globale in corso, con oceani già più caldi della media e un’atmosfera carica di energia in eccesso. Come ha spiegato Celeste Saulo, segretaria generale della WMO, siamo di fronte a uno scenario che potrebbe «aggravare siccità e piogge torrenziali e aumentare il rischio di ondate di calore sia sulla terraferma che negli oceani».
Cosa accadrà in Europa e in Italia
L’Europa non è la regione del mondo più direttamente investita dal fenomeno — l’impatto più immediato riguarda Sud America, Asia meridionale, Corno d’Africa e Australia — ma non per questo può considerarsi al riparo. I collegamenti atmosferici tra il Pacifico e l’area euro-mediterranea, noti come «teleconnessioni», sono complessi ma reali, e gli effetti in latitudine tendono a manifestarsi con più forza nell’anno successivo al picco del fenomeno. In altre parole: il 2027 è già nel mirino degli scienziati.
I dati del 2025 offrono già un assaggio di quello che potrebbe attendere il continente: il 95% del territorio europeo ha registrato temperature al di sopra della media, con record storici raggiunti anche in paesi del Nord come Finlandia e Svezia, dove le colonnine di mercurio hanno superato i 30 gradi. Un segnale che, combinato con l’arrivo di un nuovo El Niño, fa ritenere agli esperti che le ondate di calore potrebbero diventare sempre più intense e difficili da smaltire, spinte dalle alte pressioni subtropicali di matrice africana.
Per l’Italia, il quadro appare ancora più dettagliato: siccità prolungate nelle pianure del Nord, caldo estremo prolungato in estate, ma anche temporali esplosivi con grandinate fuori scala nelle fasi in cui l’aria fresca atlantica riesce a sfondare da nord. Il rischio di alluvioni lampo — già concretizzato in episodi drammatici negli ultimi anni — non è più uno scenario teorico. Il meteorologo Galbiati ha sintetizzato così la prospettiva per il continente: «Nel contesto europeo possiamo prevedere ondate di caldo intense in estate. L’energia extra rilasciata dall’oceano fungerà da catalizzatore per le alte pressioni subtropicali».
Un allarme che va oltre la meteorologia
Gli scienziati della Strategic Climate Risks Initiative sottolineano che la minaccia di un El Niño particolarmente intenso non si esaurisce nelle previsioni meteorologiche: essa tocca la sicurezza alimentare, con impatti sull’agricoltura e sulle forniture globali di cibo, le risorse idriche, la salute pubblica e persino la stabilità sociale in aree del mondo già fragili. Un El Niño molto forte, in sostanza, è un moltiplicatore di crisi preesistenti.
La WMO insiste sulla necessità di agire adesso, mentre c’è ancora tempo per prepararsi: «Le previsioni stagionali avanzate e i sistemi di allerta precoce sono fondamentali per salvare vite umane e attenuare l’impatto sulle nostre economie». Il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) stima che la probabilità di un evento di intensità eccezionale sfiori il 75% — una soglia che, nel linguaggio degli specialisti, separa i fenomeni «significativi» da quelli capaci di alterare in modo strutturale la circolazione atmosferica globale.
Il mondo, insomma, ha ancora qualche mese per prepararsi. Ma il conto alla rovescia, sotto la superficie del Pacifico, è già iniziato.




